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Intervista a Gennaro Formosa

Gennaro Formosa, classe 1968, mi apre le porte della sua sartoria di Vico Cavallerizza a Chiaia. Oggi gestisce l’attività di famiglia ed ama parlare di suo padre Mario, della sua vita in sartoria e per la sartoria.

Dopo aver lavorato presso il sarto Quintano a Napoli, Mario Formosa decide di costituire una ditta individuale nel 1962, riuscendo a diventare in pochi anni un punto di riferimento dell’eleganza maschile nel capoluogo campano.

Gennaro mi racconta storie che hanno i colori di una Napoli in bianco e nero, fatta di gentiluomini e nobiluomini, di cultori d’arte e di sarti, che si ritrovavano in quel microcosmo chiamato sartoria, dove ad un tavolo non era difficile trovare un Conte che giocava a carte con un operaio… Quando c’era suo padre non vi era differenza tra la casa e la sartoria, tra la famiglia e il lavoro.

Entrare in “bottega” era come essere accolti in famiglia: per avere un abito tagliato da Mario Formosa bisognava essere presentati da un amico o parente e il cliente finiva sempre per diventare un amico. Si instaurava così quel rapporto di fiducia che permetteva al sarto di indirizzare e valorizzare il cliente, per farlo sembrare ogni volta più magro, più in carne, più bello, più alto e così via.

Il cliente “asettico”, “freddo”, non esisteva per il papà di Gennaro, non era contemplato perché la sartoria non era concepita come un negozio in cui uno sconosciuto entrava per acquistare un prodotto.

Gennaro mi racconta del padre come un uomo di tale carisma che sceglieva personalmente, di volta in volta, l’abito adatto ad un cliente, magari dissuadendolo dal doppiopetto per indirizzarlo verso un monopetto, facendogli cambiare idea su un finestrato per dirottarlo su un gessato, riuscendo perfino a fargli apprezzare eventuali “difetti” della giacca.

L’importanza dello stile del tagliatore è confermata dal fatto che Mario Formosa tagliava i revers delle giacche a mano libera, senza modelli, pertanto ogni giacca era diversa dalle altre, ogni bavero presentava una “pancia” diversa; questo, come lo chiama Gennaro, è il fascino dell’imperfezione.

Un aneddoto emblematico del carisma del papà riguarda un cliente che desiderava ordinare un mezzo tight per il suo matrimonio.

Mario Formosa, ritenendo tale richiesta inappropriata, riuscì a dissuaderlo dalla sua idea iniziale e convincerlo ad acquistare un abito blu.

Acquistato l’abito blu, il papà dello sposo confidò a Gennaro che suo figlio aveva commissionato anche il mezzo tight, ma presso un’altra sartoria; non voleva che Mario lo sapesse, per non deluderlo!

Con la crisi c’è un cambiamento: il sarto si adegua anche al cliente freddo, si segue di più quella che è la sua richiesta. Gennaro oggi lamenta una tendenza alla standardizzazione del prodotto sartoriale, nel senso che alcuni sarti, fatto il primo abito ad un cliente, creano un cartamodello, così per gli abiti successivi basta scegliere solo il tessuto.

Questo processo è indispensabile quando il cliente è straniero e non può recarsi con frequenza in sartoria, ma si perde un po’ della “poesia” del su misura.

Secondo la filosofia della Sartoria Formosa, infatti, l’abito deve ogni volta iniziare da capo, come una nuova sfida e va sempre messo “a prima prova”. Il sarto dà l’impronta, poi la giacca si costruisce col cliente, anche perché, ad esempio, la lunghezza va decisa di volta in volta in base al taglio e al modello.

Oggi collaborano presso l’atelier Formosa i maestri Antonio Leonelli, Antonio Persico e Dionisio D’Alise (che rispondono tutti, curiosamente, al nome di Don Antonio, tutti comparsi nel film (O’Mast), un’asolaia Lucia (in foto) e una persona esterna per le tele, mentre i pantaloni sono cuciti dal maestro pantalonaio Salvatore Ambrosi.

Tra i suoi clienti illustri, Formosa mi menziona i Reali di Svezia, ma anche la famiglia Benetton e personalità della politica come Cirino Pomicino e l’ex Ministro Corrado Passera.

Dopo la sua prematura scomparsa tre anni fa, Mario Formosa lascia un’eredità difficile da gestire, ma Gennaro, con passione e dedizione sfida la crisi, forte di una solida storia fatta di tradizione e duro lavoro, preparandosi anche a lanciare una collezione di abiti ready-to-wear per il mercato orientale.